giovedì 24 novembre 2011

Attese varie


Si potrebbe tranquillamente discorrere di lunghe attese tutte le volte in cui ci si trova in una sala d'aspetto. Nel mio caso specifico mi trovo in una moderna sala parcheggio per clienti di un collega, che ha avuto l'eroica pensata di fissarmi un colloquio quando la sua agenda traboccava e di lì a poco sarebbe andata in onda la partita di champions girone qualificazione.
Le migliori attese, in effetti, sono quelle mattutine. In special modo quelle dall'odiato (e da me temuto come l'aglio dai vampiri) dentista. Stante la mia naturale avversione, tendo a stargli lontana il più possibile, ma capita di dover comunque sistemare qualche pratica con i denti di tanto, in tanto.
In ogni caso, ricordo bene l'ultima attesa fatta. Arrivai alle 9, dovevo accompagnare mio papà per un fastidioso problema di infiammazione alle gengive. Entrammo alle11,30.
Ora io non discuto neanche sulla bravura dello stregone di turno, ma tenere mio padre fermo è come tentare di tenere ammansita una mandria di mufloni in corsa lungo qualche pendio scosceso. 
Facendo un lavoro movimentato, non vedrei in effetti altra definizione in merito al concetto di avvocato, la fila è un elemento connaturale e connaturato alla mia esistenza quotidiana. Ma, del resto, nessuno può dirsi esente dalla messa-in-fila.
A pensarci bene però quest'attesa che sto facendo stasera non è opportuna, ho chiesto la cortesia al collega di spostare l'appuntamento che avevamo di mezz'ora, perché mi trovavo bloccata nel traffico. Sono arrivata al suo studio, ma lui mi sta facendo fare un'anticamera di ben 2 ore...tra poco me ne vado se non appare. 
A volte le file sono necessarie, altre sono totalmente inutili. In questo caso mi rendo conto che maggiore è l'attesa, minore è l'importanza che il collega attribuisce a questo appuntamento, e di riflesso a quel che io ho da dire. La pazienza si consuma come un minuto si spegne nel giro di una lancetta lunga, sottile e veloce. 
Quest'attesa mi fa ricordare delle attese fatte all'inizio della pratica, quando aspettavo che il mio dominus sfornasse l'atto ed io potessi finalmente notificarlo fuori orario. 
Erano talmente tante e tali le file che facevo che portavo sempre dietro un libro e, quando avevo la certezza che ero solo una sorta di agnello sacrificale per le urla dei notificatori, che non potevano chiudere l'ufficio perché l'utenza (nella fattispecie io con gli occhi a bambi) non usciva da là dentro, finivo per sedermi come Toro Seduto su qualche scranno scomodo e piantavo borsa, cappotto, cappello e sciarpa a mo' di tenda, cercando di impietosire gli ufficiali e di evitare di essere mandata dove sarebbe stato opportuno, mentre leggevo un mattone.
Intanto sono le 20e15, tra poco il mio essere tifosa avrà la meglio sul mio concetto di lavoro e lo manderò a benedire. 
Arriva. Dalla porta di ingresso, però. Il che implica che era altrove. "perfetto". 
Mi riceve alle 20,30 non scusandosi del ritardo. Parliamo amabilmente. Chiudo la questione in poco meno di un quarto d'ora e me ne vado. Scendo veloce, mi infilo nella mia pallina blu, schiaccio l'acceleratore, sperando di non dover sentire la partita dalla macchina. Arrivo sotto casa, trovo un parcheggio al volo, mentre faccio manovra il numero 7 segna, pochi secondi dopo la città è una bolgia di urla. Finisco la manovra, mi involo verso il portone del palazzo, mi trovo un messaggio del collega con una sola parola "Ripensaci". Io leggo, penso "mavaffa.." senza alcun sentimento negativo, ma proprio di totale disprezzo fondato sull'indifferenza a base caustica, chiudo il portone alle mie spalle e mi dirigo verso le scale.

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