lunedì 1 ottobre 2012

muse2.0



Lei tolse la suoneria, prese un bicchiere di vino rosso e attese che la porta si aprisse.
Le mani si intrecciarono e le labbra si mangiarono con avidità. I vestiti vennero strappati e le unghie lentamente affondate nella schiena, il giusto per sentire la sensazione di piacere. Sentirsi e sentire, fino quasi ad urlare.
Se si potesse avere un attimo di passione irrefrenabile, per ogni giorno passato a recitare la parte della donna formale e austera, direi inarrivabile, la vita si complicherebbe sufficientemente da non sapere più quale sia la linea di demarcazione tra la realtà e la passione. E che male ci sarebbe in fondo? Quale animale ha mai avuto il problema a sembrare elegante e fiera senza dimenticare la passione? La mente non produceva più alcuna risposta quando i suoi occhi incrociavano gli occhi di lui. Sembrava che il mondo sparisse dietro i sensi accelerati di uno sfiorarsi elegante ed impercettibile.
Le relazioni sono un mondo complicato. Ancora di più se devono essere tenute sotto controllo per via di un esser forzatamente colleghi. Si conoscevano da un po’ di anni e si erano odiati per diverso tempo, poi una mattina lui le chiese, più controvoglia che altro, se voleva pranzare assieme. Era una formalità forzata. Lavoravano a progetti simili ma concorrenti, avevano metodi e vite completamente diverse. Si aspettava, anzi, desiderava che lei dicesse di no, come aveva sempre fatto, ma lei accettò.
Da quel momento l’odio si mitigò e si trasformò in una rispettosa ostilità politica.
Qualche giorno più tardi, furono entrambi convocati dal direttore comune. Dovevano collaborare. Pessima idea.
A quella decisione lei si oppose con garbo, facendo notare l’inconciliabilità anche delle posizioni che li contraddistinguevano, ma, tuttavia, la decisione era insindacabile. Si trattennero per discutere e finirono per questionare su ogni cosa.
Lei, a stento, trattenne in alcune situazioni il suo pensiero, ma su ogni tema mise bocca. Per la rabbia mandò al diavolo le persone che la telefonavano e decise di chiudere il telefono prima di distruggere ogni tipo di rapporto sociale.
Accompagnò fuori il collega e disse: ok ne parliamo domani, ora devo andare via. Lui le tese la mano per salutarla e lei sorrise a stento.
Le giornate che seguirono furono pure peggiori. La convivenza era diventata un’impresa.
Un pomeriggio lei si presentò in ufficio in ritardo e vestita in modo differente dal solito. Al posto del solito tailleur formale, quel giorno lei aveva una gonna diritta nera, una camicia bianca aderente fuori della gonna tenuta ferma con una microcintura di pelle nera lucida come gli stivali elegantissimi dal tacco alto e i capelli particolarmente ribelli. Aveva chiaramente un appuntamento.
Lui fece finta di non notare tutta la presenza fisica della donna, la sua corporeità, anzi il suo corpo e il suo movimento nello spazio che aveva intorno. Odiosa fino all’inferno, avrebbe potuto trascinare chiunque giù per le gole di Scilla e Cariddi, aveva qualcosa di angelico e qualcosa di demoniaco insieme, ma aveva qualcosa che lo attraeva. Maledetta.
Solite liti, ma lui si arrese prima, anzi forse era la prima volta che si arrendeva. Glielo disse quando fu consumato il tempo a loro disposizione. E lui rise. Lo accompagnò alla porta e lui: ti accompagno alla macchina, è praticamente buio pur essendo le sei. Lei rise ma accettò.
In ascensore parlarono. Era la prima volta che lo facevano. Lei trovò un uomo interessante e lui trovò una donna decisamente attraente. Azzardò: con chi esci? Lei: Prego? Lui: Dai, è chiaro, con chi esci stasera? Lei rise facendolo sentire uno stupido e una volta aperta la porta dell’ascensore, fece aprire le porte della sua macchina e si diresse lasciandolo là. Si mise al volante gli passò accanto e disse: se sei a piedi posso darti un passaggio, tanto sono in anticipo. E lui: ti ringrazio oggi sono con lei, facendo segno ad una moto e lei: ah una ducati! Ah però non ti facevo così figo, ci vediamo domani.
Non gli diede il tempo di rispondere che lo lasciò lì e si dileguò.
Il giorno dopo lui non chiese alcunché ma decise di ascoltare di cosa chiacchierava la collega con un’impiegata dello stesso piano, ma nulla che potesse dargli indicazioni utili.
Nei giorni successivi tornarono a punzecchiarsi, anche piuttosto violentemente, finché lei non sbottò. Gliene cantò di ogni colore, nota e numero. Non c’era un argomento che lei non affrontò in modo da chiarire che non sopportava più certi situazioni o posizioni. Lui ascoltò tutto, rimase colpito dalla scelta delle parole, dal suono che esse emettevano, gli occhi di lei erano frecce infuocate, ne rimase così rapito e così conquistato che le parole gli si prosciugarono in bocca, ma era troppo fiero per non replicare.
Si alzò e, prima che lei potesse dire qualcosa, disse: andiamo fuori di questa stanza, sono stanco e voglio un caffè, vieni con me, ne parliamo fuori. Lei, contrariata, lo seguì, presero l’ascensore, lui schiacciò il tasto del sottoscala e la guardò dritto negli occhi. Lei sostenne lo sguardo con la stessa sua fierezza, lui la aveva stretta in un angolo in modo quasi naturale, ma non la costringeva in quell’angolo. Lei: e ora che ti prende? Lui non rispose, la baciò con tutta la passione che lei gli aveva scatenato. Lei rispose con lo stesso afflato. La porta si aprì nel garage lui la trasse fuori e la spostò nell’angolo dove le telecamere non li avrebbero mai ripresi, tentò di farla sua, ma lei si ritrasse. Anzi fuggì verso la sua auto, aprì la portiera e scappò via.
Quella sera lui la chiamò mille volte, ma lei continuava ad ignorarlo, così prese la moto e andò a casa sua deciso a scusarsi, ma lei non c’era.
Le liti non si placarono in compenso il lavoro venne concluso in anticipo sui tempi. Effettuata la consegna decisero di andare a festeggiare.
La invitò a cena e questa volta sperava che gli dicesse di si. Si preparò in tutta fretta, ritirò l’auto dal lavaggio e si presentò sotto casa di lei particolarmente teso.
Lei scese puntuale, era molto luminosa, sportiva e l’aggressività sembrava non sfiorarla neanche da lontano. La cena fu rilassata, in auto prima di aprirle la portiera le chiese se fosse impegnata. Lei: no, no, sono come mi vedi. Lui: impegnativa ma non impegnata.. interessante e se volessi impegnarti io? Lei tentò di sfuggire al suo corpo, si involò verso la porta e gli disse: io non sono il tuo giocattolo del mese, stasera è stato bello così. Gli sorrise complice e andò diretta verso il portone di casa.

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