martedì 23 ottobre 2012

oggi

In un'aula di udienza, che ricorda molto quelle di un altro tribunale in cui ho trascorso tuta la mia pratica forense e l'inizio della mia attività, aspetto di parlare con il magistrato.
Non è giornata di colloqui, ma di udienze, il che rende il magistrato poco propenso a darmi retta.
La parte più delicata del lavoro di una collaboratrice esterna si riduce al momento del colloquio fuori udienza con i giudici. E' in questa fase che la toga(immaginaria per lo più) dei due rappresentanti deve appendersi ad un virtuale chiodo ed aprirsi ad un colloquio di memoria platonica.
A me piace questa parte del lavoro, mi permette di avere un contatto reale con il mio doppio nell'ambito giurisprudenziale. Il 90% delle volte ci si trova di fronte a delle persone aperte a quello che chiedi, e il 90% delle volte ti accordano quanto gli proponi senza sforzo dimostrativo di pulizia hooveriana.
Poi c'è il 10%. Quello che ti fa scontare tutto quanto di buono hai ottenuto nella tua carriera.
Sono ancora in attesa -del resto come la mia vita mi insegna, io devo sempre aspettare- da quando ho iniziato a scrivere e scarabocchiare. Non so cosa aspettarmi, so cosa devo ottenere.
Il come lo scoprità quando mi siederò davanti alla sua scrivania. Fuori dall'udienza.



Ho ottenuto quanto richiesto nel giro di pochissimo, ma ho sottovalutato che la parte peggiore è la cancelleria. Non perchè gil abitanti delle cancellerie siano cattivi o brutti o antipatici. Ma perché sono pochi e per lo più sono burocrati e, difendendosi e trincerandosi dietro lo scudo urticante della burocrazia, divengono più ottusi di un angolo minore di 180° e maggiore di 90°. E la matematica non è utile in questi casi.

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