venerdì 21 dicembre 2012

fughe e telefoni



Nel giro di poche ore si riuscì ad organizzare una fuga. Nulla di previsto, ma qualcuno avrebbe osato pensare piuttosto che si trattava di qualcosa di ardentemente desiderato.
La borsa color testa di moro, riempita del minimo indispensabile, si appoggiava, complice, sull’avambraccio di lei, che osservava il tabellone dei treni in partenza.
In anticipo, ma non troppo.
La giornata era appena iniziata, il sole già era decisamente caldo e gli occhiali da sole, distrattamente, adagiati sul naso di lei, proteggevano gli occhi da sguardi troppo indagatori.
La camicia bianca avvitata disegnava forme desiderabili, ma non troppo evidenti.
Pochi minuti dopo era sul treno. Una telefonata breve si sincerava della sua partenza.
Il treno aveva raggiunto la velocità massima e, con esso, pure il suo cuore. Tirò un respiro lungo, aprì la posta elettronica e si disse che non doveva andare a sostenere alcun esame, ciò bastò per rilassarla e per farle venire in mente molteplici fantasie, una più piccante dell’altra.
Un’oretta più tardi era in un’altra stazione. Lui l’aspettava. Un caffè e un paio di battute prima di entrare in auto.
Gli occhi diventavano sempre più calmi, le labbra più vogliose e le mani più insofferenti alle regole. 
Una volta entrata in auto, lei non poté fare a meno di notare che lui era molto carino in quegli abiti informali e modaioli. Pensava quegli occhiali scuri lo fanno sembrare decisamente sexy...
Lui, mentre guidava, notava lo smalto rosso portato da lei con disinvoltura e il gloss lucido lo distraeva come se fosse stato attratto da una calamita.
Non ci volle molto per raggiungere il luogo prefissato.
Fermata la macchina, lui scese rapidamente fuori e prima che lei scendesse, lui era già ad un millimetro bocca su bocca, mani nelle mani.
Non c’era molto da dirsi in realtà la passione stava finalmente liberandosi del fardello delle convenzioni e delle regole quotidiane.
Un bacio lungo, appassionato, di quelli che ti fanno perdere la cognizione spazio temporale, improvviso e bramato.

Appena il tempo di fermarsi e scambiarsi dei piccolissimi baci, sfregarsi i nasi l’uno contro l’altro, come tenerissimi eschimesi, lui la prese in braccio come se fosse un sacco, chiuse l’auto e, caricata come una sorta di Vello d’oro, si diresse verso casa.
Una piccolissima casetta di pietre bruciate dal sole di mezzogiorno, in tinta con la sabbia, che un po’ovunque la faceva da padrone. Piante verdissime e coloratissime spezzavano la monotonia del bronzo, dorato e dei bagliori di argento, che provenivano dai colori predominanti.
Lei, appesa sulla spalla di lui, rideva di gusto, pensando che se si fosse agitata, sarebbero rovinati a terra. Il percorso da fare, per fortuna della allegra malcapitata, era breve, lui aprì la porta d’ingresso e adagiò la donna direttamente su di un divano morbidissimo, che si trovava di fronte ad una veranda sul mare, richiudendo la porta con un calcio.
I baci erano sempre più caldi, sempre più lunghi, sempre più indagatori, le mani si intrecciavano e si scioglievano per scoprire corpi desiderosi.
Nessun telefono, nessuna televisione, solo una piccola radio vecchia sintonizzata, da sempre, sull’unica frequenza che riusciva a trasmettere.
Intanto la passione non riusciva ad esser sedata, sembrava piuttosto che si stava scaldando i motori. La luce del primo pomeriggio avvolgeva tutto, il mare di un azzurro intenso, sembrava, ora, assumere delle venature verdi e dorate. I due amanti ridevano di gusto per il loro comportamento, si divertivano imitandosi l’un l’altro per cose fatte o dette nei giorni precedenti. Nudi, abbracciati, guardavano verso il mare e si lasciavano cullare dal senso di calma che li avvolgeva.
Ad un tratto lei si girò, guardandolo negli occhi, gli sussurrò di prendere un lenzuolo. Lui scrollò lentamente la testa un po’ annoiato da tale richiesta e, con fare sensuale, le sussurrò “non c’è nessuno in casa oltre me..e pure se ci fosse non si offenderebbe mica..”schioccandole un bacio a stampo sulla fronte.
Lo sguardo di lei era tutto un programma, ma rise ugualmente senza muoversi di un millimetro dalla posizione che aveva assunto, poi, con calma e con movimenti lenti, iniziò a sgranchirsi come un gatto appena sveglio.
La fece fare, guardandola come se null’altro esistesse. Per la prima volta notò che la luce, che lei aveva negli occhi scuri, le apparteneva in modo connaturale, come se non ci fosse un centimetro di pelle che non rilucesse. La sua schiena era una porzione di luna, sembrava argentea in quella posizione un po’ ricurva su se stessa appoggiata da un lato sullo schienale del divano; gli effetti della luce calda che entravano sembravano perdersi in lei, che li assorbiva e li rifletteva in modo diverso.
Con lo sguardo verso il mare, lei pensò di doversi almeno infilare la camicia, che aveva tolto a lui in fretta e furia prima, per andare a recuperare la borsa, mentre lo pensava già furtivamente prendeva la sua camicia azzurra e, guardandolo maliziosamente, la infilò, mise i sandali e scivolava, osservata a vista, verso la porta.
Arrivata alla maniglia, lui “non la puoi aprire...ti servono le chiavi...”  e lei “scusa ma se gli hai dato solo un calcio?” “ma è difettosa, eheh...perchè vuoi uscire? Su..che ti serve?” “magari un costume così mi faccio un paio di bracciate” con fare un po’ scanzonato “mbè non puoi nuotare nuda?” lei sollevò gli occhi al cielo, scosse la testa, allargò le braccia e, come nulla l’avesse turbata, si diresse verso la veranda. La aprì e si sfilò i sandali appena prima di affondare i piedi nella sabbia. Senza voltarsi iniziò ad aprirsi la camicia, che il vento già spostava quasi ancor più maliziosamente.
Lui non le staccava gli occhi da dosso, lei, sapendolo, si portò lontano dalla sua vista e sgattaiolò verso il mare. Sulla spiaggia non c’era anima viva. Si tolse la camicia e si infilò in modo furtivo in acqua.

Il problema, dopo un po’, era riuscire a infilarsi la camicia senza destare troppi sguardi, un giro rapido a trecentosessanta gradi, “ok non c’è nessuno, o ora o mai più” corse verso la camicia e la infilò dando le spalle alla casa e alla veranda. La camicia, bagnandosi, le aderì in modo da sottolineare il suo corpo e non lasciare nulla all’immaginazione, lui era affacciato alla veranda e la guardava, aveva recuperato un lenzuolo e se l’era messo a mo’ di pareo. Il vento, stranamente, si era placato e il fatto che fossero soltanto le 4 del pomeriggio iniziava a farsi sentire, il calore sembrava provenire anche dal mare.
Come se lui non ci fosse o, forse ancora di più, perché aveva visto che era lì a guardarla, salì lo scalino per entrare nella veranda e gli passò accanto. Entrata, vide le chiavi della porta, le prese e aprì la porta, diretta verso la macchina, aprì lo sportello posteriore per prendere la borsa e si diresse nuovamente verso la casa.
Lui, intanto, le aveva preso una asciugamani. Restò fermo in veranda pensava a qualcosa, forse a riempire il frigo di almeno qualcosa da bere, forse al fatto che c’era tanto di quel tempo.
Lei si mise comoda, poi chiese dove era il bagno per farsi una doccia veloce.

La sera erano in giro per il paesino, avevano cenato in un piccolo ristorantino caratteristico e bevuto un bel rosso leggero. Quella notte rimasero in giro per tantissimo tempo, tornarono alla casetta che oramai erano le tre, con lei che un po’ rideva e un po’ iniziava ad esser molesta perché, come una bimba, voleva dormire. E ci andarono poco più tardi.
Un letto grande, dalle lenzuola bianchissime e profumate, in una stanza dove entrava solo la luce dello spicchio di luna e delle stelle che trapuntavano il cielo. Lei si addormentò subito, mentre lui continuava a fissarla per poi farsi vincere dal sonno.
Un paio di ore bastarono a lei per rifocillarsi e svegliarsi per guardarlo. Steso da un lato con le sue labbra un po’ aperte che ispiravano baci, con il suo corpo modellato dalla luce della notte. Decise che non poteva non approfittarne e iniziò a baciarlo, prima, in modo leggero e, poi, sempre più passionale fino a svegliarlo completamente e destargli tutti i desideri sopiti.
Il sole li svegliò abbracciati, la lentezza di quelle ventiquattro ore doveva lasciare il posto alla frenesia della routine, l’incanto doveva riporsi nella solita scatolina, come un ballerina di un carillon.
Gli occhi di lei avevano una piccolissima venatura di malinconia e lui faceva finta di non notarla, prese delle foto fatte alla macchinetta del paese, quelle per farne le fototessere, e gliele mise in borsa, mentre lei era in bagno a sistemarsi.
La vecchia radio trasmetteva una canzone molto dolce e un po’ vecchiotta (adesso è facile). Stavano per chiudere la casa, per dirigersi verso la macchina, l’ultima cosa da fare era togliere la luce, mentre la canzone continuava a diffondersi come un piccolo vento caldo. Lei, sulla soglia della porta, lo abbracciò e gli sussurrò nell’orecchio “grazie” e prima che potesse replicare gli poggiò gentilmente un dito sulle labbra perché non potesse rispondere nulla.

Il treno andava veloce, forse meno dell’andata, forse di più.
Il telefono prese a squillare impazzito e arrabbiato, per il silenzio imposto dal giorno precedente, mentre il cavaliere tornava verso il suo castello e verso i suoi affari con il suo cavallo d’acciaio. La pensava, la vedeva seduta sul treno mentre si dava da fare con le e-mail arretrate, e la sognava; eppure non la aveva accompagnata fino dentro lo scompartimento, come un fidanzato qualunque avrebbe fatto per guadagnarsi un altro bacio o per strapparle un’altra promessa.
Le dita di lei gli erano rimaste sulle labbra, come i suoi baci erano rimasti su tutto il suo corpo, il suo profumo era persino in quella macchina in cui, a stento, era rimasta mezz’ora. La camicia azzurra asciutta e piena di sale dove si era appoggiata sul corpo di lei, in quel momento, gli sembrava un dono rubato.
Quella sera non accese il computer, prese un foglio ed iniziò a progettare dei giochi di luce e di colore. Ogni volta che poggiava la matita sul foglio non poteva far a meno di pensare al suo collo, ai suoi fianchi, ai suoi seni, eppure fili d’oro e platino prendevano forma. Non riusciva neanche più a vedere cosa stava disegnando, così si rivolse allo spicchio di luna in cielo e si accorse che lei si chiama proprio come quel satellite. Si sentì come avvolto in un abbraccio.

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