venerdì 21 dicembre 2012

pioggia e camere (muse 3.5)



Quel giorno aveva il sapore della pioggia, che profuma l'aria cupa di un'intera grande metropoli.
Camminando, munita del solito malconcio ombrello, osservava freneticamente l'orologio, senza mai riuscire a leggere l'ora. Eppure non era tensione la sua. Piuttosto si trattava di chiara consapevolezza di commettere qualcosa, che non la faceva sentire al suo posto.
Anni fa aveva già avuto storie parallele, quasi mondi paralleli, che avevano il garbo di non incrociarsi mai per non generare conflitti cosmici, eppure, questa volta era diverso.
Non seguiva mode, perciò trovava difficile pensare di aver nuovamente aperto una botola alternativa. Lei non era catalogabile in nessuna definizione concreta, come se poi le definizioni fossero concrete. Già, al massimo, esse danno solo il perimetro che delimita qualcosa e, per questo, erano limitanti.
L'unica che le piaceva, le era stata attribuita da una vecchia collega di studi, nell'osservare una sua foto in plaza de españa a barcellona. Casual-chic. Alternativamente chic, quindi.
In fondo questa descrizione, in qualche modo, era la più coerente.
Intanto era arrivata, i pensieri l'avevano comunque tenuta compagnia. Chiuse l'ombrello salutò l'usciere e si avviò sicura verso l'ascensore, che era fermo al piano.
Primo piano, una porta pesante da aprire, un corridoio abbastanza lungo da percorrere, le chiavi della stanza in mano e il cellulare che decide di urlare.
Risponde, mentre apre la porta, e si accomoda dentro, cercando di sfilarsi il giubbino, sciarpa, cappello e guanti. A telefonata conclusa, si guarda attorno e accende il riscaldamento.
Poco prima che il suo orario potesse finire, entra un ragazzo.
Simpatico, esuberante quanto basta per capire che si tratta di uno, che si metterà nei guai se non scappa prima. Si salutano cordiali, ma l'atmosfera da cordiale vira verso uno strano profumo di complicità.
Le chiede se ha tempo da dedicargli, mostrandogli un paio di chiavi di un'auto. Lei accenna un si.
Passare il pomeriggio intero, mentre fuori piove a dirotto, in una stanza calda ed accogliente non era mica un cattivo pensiero. Se poi ci si aggiunge un pranzo fatto di un bel primo e di un vino rosso profumato e caldo, la stanza in questione assumeva quasi le sembianze di un posto meraviglioso.
I vestiti erano volati, appena entrati, i baci avevano mangiato respiri e spazi, le mani indagavano ovunque con fare sensibile e malizioso. Le lingue provocavano intensi sospiri e le labbra, che, assieme ai denti, sfioravano piano il collo e l'orecchio di turno, provocavano insieme risate e maggiori sensazioni di eccitazione.
La testa di lei era volutamente scollegata, sapeva che quei gesti non significano molto per l'altra persona, e aveva deciso di assumersene la responsabilità.
La testa di lui era volutamente collegata, sapeva che quei gesti avrebbe potuti compierli con chiunque, senza avere la sensazione che stava provando in quel momento. La sensazione di chi sa di violare qualcosa, magari anche solo presente per convenzione nella testa. La testa di lui era, perciò, sovraeccitata. Forse neanche più ricordava che stava facendo l'amore con una donna, semplicemente con una donna. 

Quando terminò il maggior amplesso, per un attimo le labbra di lui si stavano schiudendo per dire qualcosa, ma lei lo guardò e gli sussurrò che non c'era nulla da dire o, almeno, nulla che non avrebbe avuto modo di incrinare una giornata che sembrava vissuta come in un mondo parallelo. 

L'intensità stava facendosi pesante e lei decise di rivestirsi, prese il telefono e si accorse di un po' di telefonate, liberò il ragazzino dalla sua personalità piuttosto complessa e, con un sorriso rivolto ad un letto sfatto, guadagnò l'uscita mentre lui era entrato in bagno. 
Quando uscì dalla doccia, la chiamò. Pronunciò il suo nome, convinto che lei fosse andata solo girando per la casa, invece nessuna risposta. 
Si vestì per cercarla fuori, ma si rese conto di sentirsi liberato della responsabilità di una relazione che non avrebbe mai potuto gestire, e si accorse che era stato diverso da tutto quello che aveva fino a quel momento provato. 
L'indomani, forse, l'avrebbe incontrata o forse l'avrebbe incrociata di nuovo in quei corridoi lunghi e avrebbe avuto la certezza di non essersi tolto nessuno sfizio e che non aveva alcun potere su di una come lei e lasciò stare qualsiasi altro pensiero fuori di quella stanza.

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