domenica 9 dicembre 2012

qualcosa di me

E' sempre un po' particolare il momento in cui si decide, consciamente o inconsciamente, che bisogna chiudere. Si perchè chiudere qualcosa, spesso, significa girare una pagina, per trovarne una bianca, immacolata da riempire. Oppure chiudere una porta dietro le proprie spalle per aprirsi ad altre stanze.
Mi rendo conto che, quando scrivo, apro e chiudo porte, spesso finestre basculanti e, qualche volta, veri e propri forzieri, con tanto di combinazione crittografata.
Da piccola non ho mai avuto la capacità di mettere in fila in pensieri nello scrivere, ho trovato difficoltà nel maturare il desiderio di usare la penna per poter dire e descrivere. Per anni, i miei mi hanno propinato compiti estivi, per migliorare quella mancanza a cui bisognava trovare riparo. Ma continuavo a non aver regole, a metter parole senza capo, né coda su fogli imbarazzati da quei scarabocchi.
E' lì l'origine di tutto. Il motivo per cui, spesso, dimentico che qualcuno mi sta leggendo, a fatica aggiungo. Il motivo per cui io passo da racconti personalissimi (pochini a dirla tutta) a racconti così inverosimili da sembrare reali.
Sono stata educata e i miei pensieri sono stati raddrizzati, nel corso del tempo. La maturità sopraggiungeva verso la fine della terza media. Forse sospinta dalle iniezioni di temi fatti senza scienza, né coscienza, e spinta dalla necessaria velocità imposta dalla paura altrui che potessi fallire.
Poi l'incontro con un Prof. meraviglioso di italiano. Sembrava riuscisse a leggere le mie difficoltà, quasi dislettiche, del pensiero su carta. Mi ha dato delle regole. Vecchie come i libri su cui d'estate passavo mattinate per far "contenti" i miei. Ma ai miei occhi sembravano regole nuove. Eppure erano le stesse. Ho incontrato nuove amicizie e, da loro, ho imparato a scrivere lettere, ad avere amici di penna.
Ho imparato che quello che avevo dentro non era poi così distante da quello che volevo uscisse fuori, bisognava solo fare un po' di ordine.
A distanza di anni, penso che è stato totalmente inutile forzarmi a fare compiti come se fossero lavori in miniera, avrei dovuto leggere, perchè mi è sempre piaciuto.
A distanza di anni avrei dovuto passare più tempo a mare, che a rendermi ancora più pensosa.
A distanza di anni credo di aver imparato a scrivere, di aver scoperto un talento, che non mi costa fatica, e di aver scoperto che quell'ansia altrui ha fatto e continua a fare danni alla mia scrittura, adesso più di allora.
Io che faccio della liberà la mia bandiera, che mi sento e vivo, tenendo a distanza l'oppressione e la soggezione, mi ritrovo a combattere da anni contro le tenaglie della paura altrui dei miei fallimenti, come se la mia vita potesse esser vissuta da altri per poi essermi restituita con la sola frase "vabbeh poi l'hai scelto tu".
A distanza di anni ho capito che nessun senso di colpa o di finta responsabilità può esser così stringente da limitarmi e che le parole armate possono esser neutralizzate.
Aiace ha uno scudo possente, sa usarlo da sempre, forse, stavolta, ha capito la lezione.

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