giovedì 16 maggio 2013

ti porto via con me

un attimo, come un lampo, che illumina una notte, squarciando un nero pesto, dove gocce, pesanti e sonore avevano preso a cadere. Un attimo.
Nulla di più.
Il rumore sordo di una portiera di un'auto che si chiude. Una donna, che scende dall'auto, con lo sguardo di chi è, forse, lontana da tutto.
Cammina incerta su tacchi, che affondano nel brecciolino della strada poco curata, lungo la carreggiata, osservando il mare procelloso. Sembra la sua anima e il suo respiro affannato per i troppi pensieri e le lacrime ricacciate con forza dentro lo stomaco.
Un cancello enorme socchiuso. La pioggia continua a cadere. Il cancello avrebbe dovuto essere chiuso quella sera. Ma sembrava che la casa aspettasse qualcuno.
La donna entra, con un incedere più certo, perché le gambe stavano riprendendo forza ad ogni passo fatto su quella terra, che, bagnata, sembrava ricaricarsi.
Il campanello si era appena udito, lui guardava il soffitto di quella casa gelida, dove le pareti sembravano stringersi attorno al suo respiro.
La luce automatica, che si inseriva al suonare il campanello, la illuminava a giorno. I capelli, sciolti, la giacca sottile di pelle su di un vestito leggero, lei aspettava, senza ombrello, né paracadute, che le aprisse la porta.
Stancamente lui aprì. La vide. Sembrava la prima volta dopo una vita. Era la prima volta.
Lei gli prese la mano e lo portò via con sé.

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