lunedì 13 gennaio 2014

desolazioni e delusioni

Quando ho deciso di cambiare, avevo in mente una cosa indolore, ma nessun cambiamento è mai davvero indolore. E di solito il cambiamento passa sempre dal parrucchiere, perché, quando si decide di prendere in mano la propria vita, si passa dal nostro figaro potator di chiome, come se, tagliando, si potesse ripartire. Sansone insegnerà pure, ma tutti i Filistei schiattano comunque anche se la chioma è rasata.
Se ci si interroga, dico su Sansone e sul fatto che il 31 dicembre non modifica in nulla o quasi la nostra esistenza, finisco per dirmi che, in fondo, siamo sempre noi. Capelli corti o meno, anno vecchio o nuovo che sia, a dettare le regole della propria esistenza.
Ho passato anni a domandare scusa di come sono fatta, dei miei desideri troppo arditi, della mia cultura, come se ci si dovesse vergognare di un certo eclettismo, della mia pazienza a risolvere incovenienti e puzzle da 3000 pezzi.
Ho allontanato amori, che erano già lontani da me, e ho chiuso amicizie, che non avevano davvero una cera invidiabile.
Ho aperto tutte le ferite per disinfettarle e, quasi macrabamente, ho cercato di vedere quanto profonde fossero, per capire dove fosse la radice. Ho guardato così insistentemente quel sangue rosso, da innamorarmene, e ho ripulito tutto, cercando di non lasciare trasparire i segni di quella sofferenza che indolenzisce il corpo.
Ho avuto notti profonde, in cui la mia sola anima cercava di farmi da coperta, da angelo custode e da fuoco. E ho avuto notti talmente brevi da non accorgermi neanche di essermi sdraiata sul letto.
Ogni volta che resto delusa, mi viene da interrogarmi. Come se il problema della delusione fosse soltanto mio. Mi spiego. Che le delusioni siano normali, mi è chiaro, quello che non riesco a comprendere è come mai, io perda tempo a sviscerare la delusione e l'inganno che era sottesa, quando chi ha ordito l'inganno, aveva già stabilito tutto. Compreso il colpo di teatro, triste e malconcio, della sua uscita dal teatro senza stile né novità.
In fondo è come aver comprato il solito biglietto per il cinema e andare a vedere sempre lo stesso genere di film. Ora, anche io so che se "mi metto a vedere" i cartoni animati, mi ritroverò sempre con la stessa solfa, così come so perfettamente che se vedo un giallo, l'assassino è il maggiordomo, ma, accidenti, una volta tanto vorrei che il maggiordomo non fosse così scemo da farsi beccare e il cartone animato avesse una storia, si a lieto fine, ma fosse più consistente.
Ma la vita è un po' come un film ripetuto, puoi spostare qualche termine ma tende a ripetersi. Io porto bene a chi mi incontra, spesso chi prova a stare con me, poi trova immediatamente dopo la sua strada, forse ho il dono di aprire gli occhi su cosa serve nella vita. Ma come mai il tocco verso di me non ce l'ho? si tratta della solita sfiga o devo proprio cambiare strategia?
Dopo varie interrogazioni parlamentari ai fondi di tè intrisi di limone e miele (ognuno ha le afonie che merita), sono giunta alla conclusione che il mondo ti considera come tu ti consideri nel tuo intimo, così, se per troppo tempo ci si è visti come calimeri, non si può sperare di esser visti come cigni subito, ma bisogna impegnarsi verso se stessi.
E le delusioni? beh quelle continuano ad esserci. Come il compleanno trascorso senza alcuna notazione di rilievo, come un Natale passato sotto silenzio e una befana alla stessa maniera o come un'uscita che non ha prodotto alcuna scintilla.
Capitano, come capita che i gravi cadano attratti dalla forza di gravità.

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